Chi sono, chi è Almiqui?
Federico Maria Monti
Interessato alla letteratura, Federico Maria Monti si consacra allo studio delle crisi e delle patologie del linguaggio. Compie il proprio tirocinio ermetico presso l’athanor mercuriale di Ananecros Spagirita, imparando a manipolare automata e neurospasta.
Conclude la propria formazione alchemica perfezionando le tecniche della ventriloquia sacra secondo gli insegnamenti di Èuricle l’Engastrimato.
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Laureato in Lettere e Filosofia all'università "La Sapienza" di Roma, Federico M. Monti ha poi proseguito gli studi presso la facoltà di orientalistica, seguendo i corsi di Letteratura Persiana, Sanscrita e di Tibetologia.
Nell’ambito delle sue discipline di elezione, ha concentrato il proprio interesse nei riguardi delle anomalie e delle potenzialità del linguaggio, sottoponendo la parola a forzature e a deformazioni espressive in vista di nuove aperture di senso.
Sempre su questo filone di ricerche Federico M. Monti ha poi coltivato la poesia visiva, asemantica, oulipistica scrivendo racconti alchemico-surreali, insistendo in ogni caso sugli aspetti patologici, bizzarri e idiosincratici delle materie filosofiche e umanistiche.
Si occupa da sempre, in prospettiva comparativistica, dei rapporti che la filosofia del linguaggio, l'estetica e la semiologia intrattengono con la storia delle religioni, la simbologia e le Scienze Sacre della Tradizione orientale, pubblicando articoli e saggi sulle riviste specialistiche, come "Conoscenza Religiosa" fondata da Elémire Zolla.
All'interesse per la letteratura e la filosofia unisce poi la passione per i linguaggi cinematografici, pubblicando anche in questo caso saggi e recensioni su varie riviste dedicate, scrivendo e interpretando una serie di cortometraggi per la regia di Giorgio Clementelli, prodotti dalla Durateo film.
Autore di soggetti e sceneggiature cinematografiche “impossibili”, ha dato alle stampe, per i tipi della casa editrice Alter Ego, un romanzo surrealista dal titolo "Les Crétins Créateurs".
Cos’è Almiqui...
Cos’è Almiqui? L’almiqui, o atopogale cubana, è un curioso, piccolo mammifero appartenente all’ordine dei solenodontidae. Rarissimo, nonché unico esemplare della sua specie, questo incrocio tra il topo e il formichiere vive esclusivamente nell’isola di Cuba. La scelta araldica dell’almiqui, la volontà di “catasterizzarlo” a logo issandolo nel firmamento dei marchi commerciali, nasce da una dolorosa esperienza personale che l’autore ha patito, proprio con l’animale in questione, anni or sono nel corso di un suo soggiorno cubano.
Un episodio di aggressione. Una faccenda di vendetta simbolica in cui si è voluta rendere la pariglia alla bestiola. Per la precisione un morso velenoso con cui il ratto proboscidato ha “marchiato” il braccio di Federico M. Monti, timbrandolo di dolore e di sciamaniche allucinazioni. Tutto questo nel bel mezzo di una transazione commerciale intrapresa col cacique della tribù indio dei Tainos, riunitasi in una radura della Sierra Maestra per considerare l’ipotesi rivoluzionaria di dotarsi di tutte le comodità di una moderna lavatrice di marca francese.
Marchio contro marchio: il mordace almiqui, per legge del contrappasso, non poteva che fare la medesima fine: diventare il logo di una serie di prodotti vestimentari.
LEUKOMELANIKÀ
Inchiostrini cannibali leucomelanici.
Leukomelanikà è una linea di t-shirts artigianali che nasce dalla nostra passione per un certo modo di intendere, o di fraintendere del tutto, l’espressione artistica nella sua bieca applicazione indossabile. La teoria di figure proposte dalla linea ALMIQUI, discende da un orizzonte di gusto che flirta con un certo tipo di tradizione letteraria e grafica. L’abnorme rabelaisiano, il rabisch facchinesco, le fanfole marainiche, le “ministerialità” afroneiche e frassinetiche, il maccaronico-folenghiano, gli ubuismi giduglieschi, e, in fin dei conti, tutto quel che c’è di disponibile e di costellabile in ambito ‘patafisico e oulipistico - che rientra a ragione o torto nella flaccida polarità dell’armamentario zootropico del tentacolo e dell’artiglio, del rostro e del forcipe, della chela e della proboscide, costituisce la trama che sottende l’ispirazione in rigoroso bianco e nero di questo laboratorio di fantasticheria “indossabile”.
I disegni originali della serie Leukomelanikà conoscono una storia singolare che vale la pena di divulgare anche solo per sommi capi. Reperiti per puro accidente nella valigia di un oscuro ingegnere aerospaziale deceduto in mare in circostanze mai chiarite, le tavole che compongono le attuali t-shirts erano destinate alla decorazione parietale di una chiesa cristiano-polinesiana di Hanga Roa, sull’Isola di Pasqua. Il nome sotto il quale si conosce l’autore dei disegni è F. M. Monti. Le notizie biografiche su quest’ultimo sono vaghe, incerte quando non del tutto contraddittorie.
Si sa solamente che fu allievo, seppur in modo discontinuo, dell’ingegnere sovietico Alexander Yakovlevich Bereznyak, insieme al quale F. M. Monti progettò nei primi anni ’60 il celebre missile aria-superficie Raduga Kh-22, (in codice NATO AS-4 Kitchen). Alla inusuale morte in mare del dott. F. M. Monti mentre tentava di cavalcare un’orca albina addomesticata indossando una speciale tuta subacquea disegnata come uno smoking, è seguito il rocambolesco ritrovamento della sua valigetta. L’episodio della cavalcatura dell’orca in abiti da sera è stato perlopiù interpretato come un atto di bizzarra pirateria controspionistica ai danni di un peschereccio, colpevole - a detta dell’ingegnere missilistico - di trasportare il progetto di un nuovissimo missile trafugatogli dal governo di Zanzibar.
Alla valigetta con gli appunti e le carte segrete toccò una sorte ugualmente singolare. Trovata per caso all’interno di un esemplare di lupo marsupiale impagliato (thylacinus cynocephalus) in vetrina al museo di storia naturale di Oslo, conteneva 64 immagini talismaniche raffiguranti dei personaggi di fantasia. Ciascun personaggio era poi corredato da una bizzarra ékphrasis che ne descriveva, con portento di rima, le peculiarità esoteriche dello stesso.
Purtroppo, per noialtri curiosi, nulla si sa dei dettagli della vicenda di annegamento e dei personaggi marginali che fanno da contorno alla storia: nomina nuda tenemus.
Se allora Les Chants de Maldoror di Lautrémont sono l’immediato riferimento di tal voluminosa teoria di figure fantastiche reperte, possiamo però affermare che il progetto di F. M. Monti di affrescare la chiesa cristo-ornitologica di Hanga Roa, devota al Dio Uccello Make-Make, con le immagini leucomelaniche di mostri e altri animali fantastici, rispecchierà sì un certo “lautremontismo” bachelardiano; ma forse, più autonomamente, anche dell’altro; ovvero del “montismo” alternativo in una certa misura a Maldoror: scilicet avremmo un caso magliaro di “l’autre-montismo”; per molti versi simili ai Pascal cui Lorenzo Alessandri dava vita nella sua Soffitta Macabra più o meno negli stessi anni. In un’ideale passerella di marionette, in un prêt-à-porter di mostri elastici, dinoccolati e di caucciù, i modelli ideali di suddette t-shirts sarebbero un panda taoista, un tapiro dalla gualdrappa sotto mescalina, un formichiere reale con nozioni di ginecologia.
Al “solve et coagula” che motteggia negli alchemici, garruli filatteri delle cattedrali di Fulcanelli, negli stemmi, negli emblemi e nei festìna lente di Alciati, si sostituisce qui la Bildung laicamente tissutale “dell’aspo e l’arcolaio”. Il rimpiazzo atteso è quello concretamente proiettivo del “fare e del dis-fare” sulla spola: tanto della tela di Arachne quanto della candida (s)palla di Pe(ne)lope - per concludersi, con schianto missilistico a propellente liquido di risalita, nel sendallo municipale; rinunciando, tuttavia, è il caso di dirlo, al suffragio finale del premio agognato di un telos/tela da mer(en)da. Ci domandiamo: c’è un nesso tra tutto questo? Un nesso deve pur esserci, ne siamo persuasi.
A ben vedere l’intera storia dell’umanità è risolvibile in una questione di abiti, di trame ordite e tramortite: di trame mentali, di catrami letali, bizantini, procopici, consuetudinari, letterari, filosofici, religiosi e mitologici. Si transita con nonchalance dalla tunica inconsutile di Cristo alla camicia placentare; dagli annessi fetali delle membrane amniotiche in warbughiano eternoritornante movimento alla camicia di forza, e al cilicio, e all’uovo in camicia.
Il nesso insolente tra tutte queste camiciose storiche nefandezze si pone qui come questione originaria se non addirittura trascendentale. Il nesso (nexus) tra tutte le camicie del mondo principia da un busillis filologico, inducendoci a meditare invero su di una cosa, una in particolare: sulla quella centaurica, intignata camicia che Nesso (Νέσσος) offrì a Deianira per vendicarsi del suo rivale in amore, di quel boario amasio fedifrago di Ercole, nel noto episodio che vede il centauro baro e battelliere delle fluviali deianiriche pudende.
“Nesso”, da nexus, radice indoeuropea nagh- col significato di stringere: geneticamente affine all’altra radice, quella della parola latina necare, che sta per uccidere, poi specializzatasi nell’italiano annegare; dunque “morire di morte violenta per stretta asfissiante”. Ciò getta una luce sinistra sul nesso sottile tra la produzione delle T-shirt e la morte per annegamento di F. M. Monti, determinando per vie occulte una vera e propria mise-en-scéne, meglio, una chemise-en-scéne per un tragico destino inscritto nei nessi invisibili di una trama altrettale.
Qualsivoglia ente, o prassi, idea o concetto, è stato strizzato e fatto avvolgere in un’astretta tunica di maneggevole presentabilità vestimentaria. Siamo dunque giunti al complesso dell’involucro: allo scafandro palombaroide, al clibanario partico, alla muta in neoprene del sommozzatore, al carapace dei limuli, al serico bozzolo bombicida esecrato dai casti manichei della Sogdiana, approdando alfine all’“in-dumentum” (da induere: “avvolgere addosso”, dunque l’involucro come prodotto). Alla fine di questo periplo ci scopriamo attrezzati a redigere con buona lena un dizionario camiciale scollettato e trapuntato in dura costa di pistagna; ad almanaccare un calepino scamicievole da cui diramare, porfirianamente, indumenta e amictus, toghe, chitoni, rubasche, barong tagalog, guayabere e tangzhuang.
Del resto il concetto, la rappresentazione mentale cartesiana non è forse, empiricamente, lockianamente, la camicia sartoriale della sensazione? Ciò che si realizza in-due, in didima diade, a disdoro dell’Uno, è proprio la filastrocca enigmatica e senza-senso, il jingle pueril-filosofico che accompagna in esergo le Eikónes fatte di strati di filo, di Filostrati stampigliati sulla duplicatura cotonacea della nostra umana cotenna, destinati a incidere, cruenti, e ad inguainare, il patibolo del torso e delle braccia. C’è della passione in tutto questo, si avverte. La t-shirt è una croce, lo è senz’altro. Punto. Punto o croce, è sulla crux commissa di una maglietta che appendiamo ogni giorno la vergogna adamitica delle nostre imposture sociali.