Les Crétins Créateurs, romanzo grottesco alchemico surrealista
  • Casa Editrice: Ater Ego

  • Collana: Specchi

  • Pagine: 250

Il romanzo grottesco - alchemico - surrealista

Les Crétins Créateurs

(I cretini creativi)
Presentazione… Posologia… Istruzioni d’uso…

Due righe introduttive che riassumano per le spicce l’idea portante dell’opera; da prendere forse come una guida turistica, un viatico, un bugiardino di avvertenze per un’ardua posologia, piuttosto che come un’introduzione vera e propria. Il presente elaborato costituisce il primo capitolo di una prevista trilogia sul tema del senso dell’arte oggi, alla luce delle riflessioni estetiche del secolo scorso che il pensiero decostruzionista di Jacques Derrida, Walter Benjamin e Gilles Deleuze, solo per citarne alcuni, ha secreto dalle ghiandole del nichilismo come veleno corrosivo.

La portata filosofica di questa seconda generazione di “maestri del sospetto” ha finito col mettere in crisi i valori assoluti, dunque in odor di metafisica, del sapere tradizionale: del concetto di vero e di falso, e, soprattutto, nella fattispecie della presente opera, di ciò che a noi qui sta più a cuore: il bello e il brutto. Tali premesse basterebbero da sole a classificare qualunque sforzo intrapreso in questa direzione come un saggio di estetica e di filosofia del linguaggio, certamente non come “racconto”, fabula. Ebbene, la sfida che la trilogia de Les Crétins Créateurs ambisce a lanciare, sta nella demolizione, non solo dei generi letterari tra loro, già da tempo addestrati alle contaminazioni dei registri espressivi e di genere, tipici della nostra cultura (commedia con tragedia, il dotto col volgare, l’alto col basso), ma, in modo particolare, a stravolgere, ibridandoli con eretica perfidia, i contenitori culturali “extragenerici”.

Facile è oggi contaminare il sublime con l’ideale, meno facile forse attribuire e ad un saggio di estetica e filosofia del linguaggio le movenze, le forme allegoriche di un intrattenimento narrativo, di un racconto grottesco e surrealistico, una mostruosa ambra letteraria da scrutare in “filigrana”. La premessa era doverosa.

Se non fosse ancora chiaro lo spirito che sostiene l’opera è paragonabile ad una lunga barzelletta trasudante filosofico humor nero; una descensus ad inferos nel disgustante e nell’immondo più sfrontato; e ancora: una cervellotica burla, una satira sociale che, rameggiando in ogni campo, vuole incidere parecchi bubboni; e dove l’epico, il satirico, il grottesco, il bizzarro, il dotto, il surreale, il filosofico, lo storico-artistico, il ricercato, il linguistico, il macabro e il pornografico si fondono in un crogiuolo di esperienza, godibile (si spera) ad ogni livello, o quasi.

Beninteso: la riottosità dell’opera alle gabbie dei generi non significa però che essa non ne abbia uno, di genere… anche se fittizio e solo di comodo. La forma letteraria presa a prestito per realizzare la trama d’inganni è quella del soggetto cinematografico: è nel cinema difatti che l’opera ha scelto d’incarnarsi per sproloquiare il suo Vangelo. Il rapporto col cinema è motivato anche da una latente aspirazione: quella di diventare film. Difatti - detto per inciso - cade proprio in queste settimane il proposito di ricavarne una riduzione cinematografica che coinvolga produzioni estere.

Ma passiamo brevemente alla materia trattata. Una realtà senza arte. Poniamo, così per ipotesi, l’esistenza in un Altrove qualsiasi di un’insolita civiltà; certamente ucronica, ma non del tutto astorica, che abbia perduto da cima a fondo la facoltà di esprimersi artisticamente. Diamo a tale ipotesi una personalità geografica, fingiamo si tratti di un’isola e chiamiamola Isola di Pous-Πους. Un’isola dalla forma insolita, un piede, affollata di costruzioni cubiste e globiformi: tanti igloo addossati gli uni sugli altri. Immaginiamo poi che tale metropoli insulare sia il luogo dove s’incontrino le letterature di tutto il mondo e di ogni epoca. I palazzi di cartapesta sono come dei libri volumetrici, edilizi. Sulle pareti corrono poesie, racconti, favole, miti, romanzi; persino i quartieri, in numero di dieci, sono suddivisi con bizzarro criterio letterario.

La società qui descritta vive di contraddizioni sociali, estetiche, filosofiche: è spartita tra i belli e aristocratici Ykon-Servati e tra i fetidi, orripilanti, cadaverici Machabaey. Questi secondi sono ghettizzati dai primi che li relegano al ruolo di impuri spazzini della società.

Il lezzo non è l’unico disagio sociale di cui soffre Pous-Πους: più di uno, in agguato, attende di insidiarne la comunità. A ben guardare le conseguenze di tale deficienza anestetica, pienamente ascrivibile alle manchevolezze della società di Pous-Πους, a volerle elencare tutte, non si contano. Ben più grave è l’altro problema, il padre di tutti i problemi; un disastro maestro di portata astronomica, cosmica, universale… Sì perché ad essere messo fuorigioco è nientemeno che il sole… E col sole si sono spente le forme, le immagini che l’astro eliaco da sempre ispirava; ponendo fine al flusso di metafore e paradigmi alla cui greppia, per millenni, il pensiero di un’intera civiltà si è nutrito.

Suona ancora più paradossale il fatto che in una società del genere, anestetica, tutta l’economia sia basata sull’unica industria praticata: quella cosmetica e di biancheria intima femminile. L’ossessione per il maquillage svolge anche una funzione di volano demografico per le ragioni che lascio scoprire. S’è detto che a Pous-Πους l’arte non esiste, lasciando così intendere che nella medesima lacuna vi sia posto anche per l’assenza materiale di opere d’arte, opere come manufatti e composizioni: pittura, scultura, poesia…

Al centro dell’Isola poi, nell’unica piazza di Pous-Πους, si alza un’altissima colonna in cima alla quale c’è un quadro, L’Oeuvre. Un oggetto che di giorno funge da sole, di notte da luna. Nessuno riesce a capire cosa rappresenti…

Concludo con un ammonimento: preparatevi ad incontrare un’assurda folla di personaggi ciascuno dei quali contiene altri personaggi e altri ancora a scatola cinese… Non anticipo altro. Lascio a voi il (dis)piacere della lettura.

Che San Grobiano mi perdoni!

LOGICA DELL’IMMAGINAZIONE MONTIANA. La mia ipotesi è che in un mondo immaginario, proprietà negative - faccio un esempio il non-rosso - e oggetti contraddittori (rossi e non-rossi) siano percepibili allo stesso modo in cui lo sono, nel nostro mondo, il libro che sto leggendo. Dunque auspico una logica senza legge di contraddizione; come ciò sia possibile io lo indico nell’eliminazione degli elementi empirici da quelli non empirici. Certo, siamo nell’ambito delle logiche polivalenti e parasussistenti. Siamo in un ambito che si pone oltre l’analitica trascendentale: in uno spazio razionale alla maniera hegeliana, in cui si fonda una metalogica col piglio dogmatico con cui si fonderebbe una metafisica: conoscenza del pensiero al di fuori dalle condizioni dell’esperienza. Linguaggio transmentale… Zaumnyj jazyk in russo. Introdurre una terza classe di giudizi accanto a quelli affermativi e negativi. Non vi è solo l’esistenza o la non-esistenza: c’è pure la sussistenza. Il quadrato rotondo, la montagna d’oro non esistono, forse, ma sussistono nello spazio mentale del linguaggio in quanto predicabili. Rifiuto del terzo escluso. Corteggiamento del non sequitur. Pensare la contraddizione. Questo perché la validità delle leggi logiche non può essere estesa al noumenico, ma limitata al solo conoscibile… Nel mondo delle cose in sé le leggi del pensiero possono essere valide ma non siamo nelle condizioni di poterle verificare. La logica, ricordiamocelo, è mera tecnica del pensiero.

Ginecologia negativa, vulvogramma.

  • L’idea di un me stesso feto proiettile dell’Io-vengo prima dell’Io-penso appercettivo kantiano. Blastula, cupola geodesica, endometrio uterino disco volante. Feto (sangue della placenta/sangue materno);
  • neonato (voce personale/voce materna/latte materno),
  • bambino (linguaggio/padre/marito della madre).

Il verbo chrestai non ha un significato proprio. Ma il tempo ha parole.

"Il tempo ha parole" scrive Éluard, ma le parole, scrive Domenico Maria Freti alias Federico Maria Monti alias Ananecros Theokoupolos Spagirita, cosa sono nello schianto dell'Amore?... Sono forse pulci saltellanti in un circo di manichini? Cetonie smaragdine sbulbate dal castone di un anello? Operaie eccitate che innalzano la Babele di un senso? Mattone dopo mattone, bacio dopo bacio, mollica dopo mollica, phoné dopo phoné? ...E le si accucciano intorno in un serraglio di passione?... Meine brust empörst... E la saliva mossa dalla punta di un bacio ondeggia come coda di mare - die Meere aber stocken - nel buio di una danza nuziale, sotto i cerchi d'avorio del tuo incarnato; quelle lune dei tuoi denti che mi scintillano in faccia nella notte d'inverno... Chiese e ponti sui quali il piede pulsa come su scalini di carne... Wie Korybanten-Tanz dröhnt die Musik... E allora, che l'orgasmo dei morti sia il nostro orgasmo! Quando della pioggia si sgretola l'azzurro sull'erba, occhi d'acqua, uova di luce, capelli d'arancia si spappolano sui marciapiedi di ardesia... E nel rosso bocciolo della tua bocca, tribuna di Eros e Afrodite, la mia lingua crepita in una "Catilinaria" riponendo il fiato su cuscini di sangue.

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